Bella la fiera, ma il vino?

Vinitaly resta Vinitaly. Ed è inutile fare gli snob: resta l’evento centrale del vino italiano, il grande palcoscenico in cui il settore si mostra, si racconta, si incontra e si autocelebra. Anche nel 2026 Verona ha riunito circa 4.000 aziende e operatori da 135 Paesi. Una manifestazione così non la liquidi con due battute.

Il punto, semmai, è un altro. Da anni tendiamo a confondere la riuscita della fiera con la salute del comparto. Ma sono due cose diverse. Vinitaly può essere riuscito, scenografico, pieno di energia, e al tempo stesso raccontare un settore che fuori dai padiglioni è molto meno solido di quanto vorrebbe apparire.

I numeri di questa edizione, per esempio, qualcosa dicono. Le presenze si sono fermate a 90 mila, contro le 97 mila dello scorso anno. Non è un tracollo, certo. Ma non è neppure un dettaglio da archiviare con il solito ottimismo di circostanza. È il segnale di una fiera che resta forte, ma che si muove dentro un contesto più fragile.

E ancora più interessante è il dato sull’internazionalità. I Paesi rappresentati sono cresciuti, da 130 a 135, quindi sulla carta il Vinitaly 2026 è stato persino più internazionale. Però diversi operatori hanno fatto notare una minore presenza in alcuni snodi decisivi: meno professionisti asiatici, meno importatori americani, o comunque una loro presenza percepita come più debole. E allora la domanda viene da sé:

conta di più il numero delle bandiere o il peso reale di chi gira tra gli stand?

Il problema non è la fiera. È l’illusione che basti la fiera.

Il nodo vero è che il vino italiano continua ad avere un problema di struttura più che di immagine. L’immagine, anzi, è spesso impeccabile. Sappiamo allestire, comunicare, sedurre, creare atmosfera. Sappiamo fare scena. Ma il mercato non si lascia conquistare solo dalla scena, soprattutto in una fase in cui i consumi cambiano, i buyer selezionano di più e la pressione internazionale si fa sentire.

Non a caso, proprio a Vinitaly è riemersa con forza una verità che il settore conosce da anni ma che continua a rimandare: l’Italia è fortissima nei volumi, molto meno nel valore. E questa è una differenza enorme. Perché puoi essere il primo produttore, puoi esportare tantissimo, puoi avere territori straordinari e una reputazione globale, ma se non riesci ad alzare davvero il valore medio della bottiglia, resti sempre a metà strada tra potenza e incompiutezza.

I numeri economici confermano proprio questo. Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, nel 2025 il settore ha generato circa 14 miliardi di euro di fatturato diretto, con una filiera da oltre 45 miliardi. Ma l’export si è fermato a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% rispetto al 2024, con volumi scesi a 21 milioni di ettolitri. Non è il ritratto di un settore in ginocchio, ma neppure quello di un settore che può permettersi di continuare a darsi pacche sulle spalle.

Ed è qui che Vinitaly 2026 lascia una sensazione ambigua ma interessante. Da una parte la solita, irresistibile macchina del glamour: installazioni monumentali, dichiarazioni solenni, padiglioni che sembrano dire “guardate quanto siamo forti”. Dall’altra, gli stessi protagonisti che parlano apertamente di momento difficile, di necessità di innovare, di cercare nuovi mercati, di intercettare nuove generazioni, di puntare sull’enoturismo e su categorie nuove o più contemporanee. In sostanza: il vino italiano sente benissimo che il mondo è cambiato. Il problema è capire se sia pronto a cambiare con la stessa velocità.

Bella la scena. Ma fuori dai riflettori serve visione

Il punto, quindi, non è attaccare Vinitaly. Sarebbe sciocco. Il vino ha bisogno anche di rito, di fascino, di immaginario. Ha bisogno di un grande evento che lo tenga al centro del discorso. Ma proprio perché Vinitaly è così importante, dovrebbe diventare sempre meno una liturgia autocelebrativa e sempre più un luogo di verità.

Perché oggi il comparto non ha bisogno soltanto di brillare. Ha bisogno di programmare. Ha bisogno di posizionarsi meglio, di raccontarsi meglio, di costruire più valore e meno solo volume. Ha bisogno, in altre parole, di smettere di pensare che basti fare bella figura per stare bene.

Vinitaly 2026 è stato bello, ricco, centrale, come sempre. Ma ha lasciato anche un messaggio meno comodo e forse più utile: il vino italiano continua a essere bravissimo a mettersi in mostra. Adesso deve dimostrare di saper governare il mercato con la stessa bravura.

Perché la fiera passa. Il mercato resta.



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