Vinitaly 2026: il vino non ha confini ed è in grado di riunire il pianeta. Anche oggi.

Si sono da poco chiuse le porte della 58° edizione di Vinitaly, svoltasi nei padiglioni di Veronafiere dal 12 al 15 aprile 2026, che ha fatto registrare un successo in termini di presenze, nonostante il periodo storico molto difficile.

La fiera ha visto la partecipazione dei rappresentanti delle principali istituzioni italiane, compresa la Presidente del Consiglio, On. Giorgia Meloni, confermando la propria importanza strategica nel panorama nazionale e internazionale.

I numeri della fiera

I quattro giorni di manifestazione hanno fatto registrare 90.000 presenze complessive, delle quali il 26% provenienti da 135 nazioni estere.

Sono stati oltre 1000 i buyer stranieri, giunti da più di 70 Paesi, selezionati e ospitati in collaborazione con ITA Agenzia, che hanno intessuto rapporti commerciali con numerose delle 4000 aziende espositrici.

Oltre ai mercati consolidati, si è rivelata estremamente positiva per il futuro del vino italiano la presenza di esponenti di aree ad alto potenziale commerciale, come per esempio Brasile, Messico, Cina, Australia, Singapore e Africa (Nigeria, Angola e Sudafrica soprattutto).

Si sono sfiorati i 100 eventi in quattro giorni, fra masterclass, convegni e degustazioni, oltre alle numerosissime iniziative realizzate direttamente agli stand dalle singole aziende, dai consorzi e dalle regioni.

Interessanti anche i numeri del “Fuori Vinitaly”: grazie a Vinitaly and the City, infatti, è stata raggiunta la quota di 50.000 token degustazione, distribuiti fra i numerosi happening che hanno coinvolto l’intera città di Verona.

Nuovi trend e certezze consolidate

Non una moda destinata a svanire nel nulla, ma una nicchia ormai affermata, che ogni anno attira curiosi e sostenitori, è quella dei vini no & low alcohol, a cui è dedicata NoLo Vinitaly Experience. In quest’area è possibile trovare un vero e proprio spazio riservato alla comunicazione, agli assaggi, al confronto e all’innovazione relativi a una categoria di prodotti che non intendono sostituire il tradizionale concetto di vino, ma al contrario ampliarlo, coinvolgendo un pubblico diverso.

Alla luce del particolare momento storico in cui viviamo, non favorevole per il settore enologico, la manifestazione veronese ha posto fermamente l’accento sull’importanza per il futuro del vino italiano di un aspetto chiave, oggi ancora molto poco considerato: l’enoturismo. Presso l’area Vinitaly Tourism si sono tenuti 15 convegni, durante i quali sono stati analizzati i dati che caratterizzano l’esperienza intorno alla degustazione in cantina. Tutt’altro che irrilevante, il turismo del vino attualmente vede 15 milioni di visitatori nelle aziende e 3 miliardi di euro di giro d’affari, motivo per cui è fondamentale comprendere come investire sull’hospitality, in modo da rendere l’accoglienza in azienda un vero e proprio business.

La presentazione dell’indagine “Vino e Ristorazione”, a cura dell’Osservatorio Fipe-UIV in collaborazione con Vinitaly, ha ancora una volta confermato l’importanza del forte legame fra i due settori, in grado di creare una sinergia che permette la crescita di entrambi. In particolare, è emerso che il vino mantiene un peso rilevante sul fatturato della ristorazione, che si attesta mediamente oltre il 21%, con picchi del 30% per quasi un quarto degli intervistati. Inoltre, per più della metà dei ristoratori coinvolti nell’analisi, gli ordini di vino da parte dei clienti sono rimasti invariati rispetto al biennio 2021/2022.

Interessante notare anche il dato riguardo alle tipologie maggiormente richieste: perfettamente in linea con i trend internazionali, infatti, la leggerezza rappresenta uno dei criteri di scelta più importanti. Così, spumanti e vini bianchi di medio corpo sono le referenze maggiormente presenti sui tavoli dei ristoranti, a scapito dei tradizionali rossi strutturati.

Quattro calici senza confini fra i corridoi di Vinitaly

  • Sinefinis Rebolium – Gradis’ciutta

Il vino è il simbolo di un progetto di (ri)unione di un territorio diviso fra due nazioni, l’Italia e la Slovenia, perché la vite non conosce barriere. Metà delle uve della Ribolla gialla che dà vita a questo metodo classico sono italiane e metà slovene, grazie alla collaborazione fra Robert Princic e Matjaz Četrtič. Un’unica lingua, il latino, che racconta di radici comuni e di unione fra i popoli.

In etichetta la dicitura “Prodotto in EU” per queste bollicine senza confini, che esprimono tutta la loro eleganza attraverso un perlage vivace e fine, regalando note di ginestra, mela golden, cedro e pan brioche. La piacevole sapidità, che rimanda alla composizione dei terreni di Collio e Brda, rende il sorso snello e particolarmente adatto ad accompagnare un aperitivo in compagnia, con un immancabile brindisi in onore della sua terra, che dentro questa bottiglia è tornata a essere una sola.

  • Fuoricasa – Cordero di Montezemolo

Una gabbia aperta come simbolo di libertà per questo Pelaverga fuori dal comune… in tutti i sensi!

Nasce da vigneti posti appena oltre il confine della DOC Verduno e riposa in vasche di cemento a temperatura controllata, dopo la vinificazione svolta mantenendo il 50% degli acini interi. Le note speziate, tipiche del vitigno, si riassumono in sbuffi di pepe bianco, che lascia ampio spazio ai sentori di piccoli frutti rossi succosi, come fragole e lamponi. Una versione unconventional di Pelaverga, pensata per essere apprezzata al meglio in gioventù, rigorosamente servita fresca, per rompere anche un’altra regola, quella secondo cui i vini rossi non vanno serviti freddi.

  • Campanus – Tenuta Selvanova

Antichissimo vitigno autoctono campano, la sua storia è avvolta da un’aura di mistero: pare, infatti, che il celebre vino “Trebulanum”, decantato da Plinio il Vecchio fosse proprio il Casavecchia. Non riconducibile a nessun’altra varietà, quest’uva fu quasi totalmente dimenticata a causa della bassa resa e della scarsa adattabilità al di fuori di un piccolissimo areale intorno a Pontelatone. Proprio qui, accanto a un vecchio casolare abbandonato, agli inizi del 1900 furono trovate alcune viti di Casavecchia, sopravvissute a Oidio e Fillossera, dalle quali partì il progetto di recupero di tale varietà. Da sempre rigorosamente vinificato in rosso, dà vini molto strutturati, ricchi di tannini e acidità, che vengono apprezzati al meglio dopo svariati anni dalla vendemmia.

Tuttavia, rompendo i confini della storia e della tradizione, qualche azienda ha iniziato a vinificare in rosa le uve Casavecchia, creando vini molto contemporanei, dall’esuberante bouquet di fragoline di bosco e spezie dolci, con la caratteristica freschezza del vitigno e la sapidità conferita dal territorio.

  • Shesh i Bardhë – Enofama

L’ultimo calice ci fa valicare il confine italiano per giungere in Albania, dove scopriamo il vitigno autoctono a bacca bianca Shesh i Bardhë. Questa varietà è la più diffusa del Paese ed è coltivata prevalentemente nella zona centro-meridionale. Il vino, maturato solo in acciaio prima di essere imbottigliato, regala un intenso profilo aromatico, caratterizzato da note di fiori bianchi, mela verde, pera e lime. Al sorso si percepiscono una buona sapidità e una vibrante freschezza, che lo rendono perfetto per accompagnare i tradizionali formaggi di capra albanesi. Chiude con una leggera nota ammandorlata, tipica del vitigno.

Potrebbero interessarti anche

La prossima volta che vi troverete a decidere se sia davvero la serata giusta per aprire la bottiglia che custodite da anni, dopo aver valutato con attenzione la compagnia e...

Dal punto di vista sensoriale, il vino rappresenta uno dei prodotti più complessi da codificare e il suo apprezzamento è il frutto dell’interazione fra composizione chimica, meccanismi di percezione e...

Le nuove generazioni bevono meno, soprattutto nel Nord Europa. Ma il punto non è convincerle a bere di più: è capire perché il vino, spesso, non riesce più a farsi...