Think Pink, Drink Better

C’è stato un tempo in cui il rosa era un colore troppo frivolo per essere preso sul serio. Lo stereotipo perfetto, associato inevitabilmente al gentil sesso: era la Barbie, era la camicia che un uomo non avrebbe mai indossato, e, seguendo la stessa logica, era anche un vino minore, una sorta di rosso annacquato. Poi qualcosa è successo e all’improvviso il rosa è diventato pop. È entrato nella politica, nei manifesti e anche nei calici.

Il vino rosato, per anni confinato nella terra di mezzo, rappresenta oggi circa il 9–11% del consumo globale e continua a crescere nonostante il calo generale del vino nel mondo. Il 37% delle vendite di rosato si concentra nei mesi estivi. Non serve una laurea in sociologia per capire perché: è fresco, è immediato, è conviviale. È il vino che si abbina perfettamente alle prime magliette a maniche corte, alle tovaglie stese sull’erba fresca e alle grigliate improvvisate con gli amici.

Tradotto: è il vino perfetto anche per il lunedì di Pasquetta. Quella giornata in cui nessuno sa bene dove andare, ma tutti sanno che finiranno a bere qualcosa. E quel qualcosa, sempre più spesso, è rosato.

Tra i pionieri, impossibile non citare il Five Roses. Siamo nel cuore del Salento, nella tenuta di Leone De Castris, una di quelle aziende che esistono da così tanto tempo da sembrare parte del paesaggio. È il 1943. L’Italia è un paese spaccato, attraversato dagli eserciti; la parola “vino” ha più a che fare con la sopravvivenza che con la degustazione.

A quel tempo o si faceva vino rosso, o si faceva vino bianco.

Poi però, in quelle terre in cui sembra non succedere mai niente, qualcosa accadde davvero ed arrivarono gli Alleati.

Tra i militari stanziati nella zona, c’era anche un generale americano che la leggenda vuole fosse particolarmente affezionato ai vini più leggeri e beverini e facesse fatica a dissetarsi con i rossi robusti del Sud Italia. Quei vini alcolici, caldi, quasi masticabili, non erano esattamente quello che si cercava dopo una giornata di operazioni militari. Serviva qualcosa di diverso.

Ed è qui che entra in scena la famiglia De Castris. L’intuizione è semplice e geniale: partire da uve rosse del territorio, principalmente Negroamaro e Malvasia Nera, ma lavorarle in modo da ottenere un vino più chiaro, più leggero, più immediato.

Nasce così il Five Roses, il primo rosato della storia italiana, il cui nome riprende il toponimo di una contrada della tenuta. Un nome perfetto per il mercato anglofono, ma anche per quello italiano, che in quel momento storico iniziava timidamente a uscire dai confini locali. Anche questa scelta è stata una strategia di marketing ante litteram.

Parlando di rosati non si può non citare Guido Berlucchi, che ha avuto il merito di portare il rosato anche nel mondo delle bollicine di qualità, firmando il primo Metodo Classico rosé italiano. Una scelta che all’epoca poteva sembrare azzardata e che oggi appare semplicemente inevitabile.

In Italia il rosato ha vissuto per anni una sorta di adolescenza prolungata. Sempre presente, ma raramente preso sul serio, nemmeno dai ristoratori, che lo propongono di rado o lo confinano in una paginetta riempita a metà della loro carta dei vini.

Per descrivere questi vini dovremmo partire dalla grande cura che ricevono durante il processo produttivo. Le uve vengono generalmente vendemmiate in anticipo, senza aspettare la maturità fenolica, per ottenere un giusto bilanciamento dell’acidità.

Esistono diversi metodi per produrre i vini rosati, ma in Italia è vietato mescolare vino rosso e vino bianco. Il colore rosa nasce invece da un contatto breve tra il mosto e le bucce delle uve rosse.

I principali metodi sono:

  • Macerazione breve: le bucce restano a contatto con il mosto per poche ore. Il risultato è un rosato delicato, spesso di colore tenue.
  • Salasso (rosé de saignée): si “sottrae” una parte di mosto da una vasca destinata a diventare vino rosso. Quel mosto diventa rosato, mentre il rosso guadagna concentrazione.
  • Pressatura diretta: le uve rosse vengono pressate subito, come si farebbe per un bianco, ottenendo un colore appena accennato.

Un vino rosato richiede competenza e dedizione. Buono, piacevole e condivisibile, riesce ad essere gastronomico senza essere impegnativo. Ecco allora la proposta di Decantico per un rosato da stappare durante la vostra scampagnata di Pasquetta.

Rosa del Rosa, Proprietà Sperino

Nell’Alto Piemonte (Coste della Sesia DOC), Luca De Marchi produce questo rosato ottenuto principalmente da uve Nebbiolo con una piccola aggiunta di Vespolina, che aggiunge una leggera speziatura. Si distingue per freschezza, sapidità e note di frutti rossi, con un colore rosa salmone, un’ottima acidità e una lunga persistenza.

Sancerre Rose, Domaine Vacheron

Espressione del prestigioso terroir di Sancerre, nella Loira, questo vino è ottenuto da uve Pinot Noir. La delicata nuance salmone è il preludio di un sorso fruttato, vibrante, dal finale salino.


E se invece avete voglia di un metodo classico…

Metodo Classico Brut Rosé, Marco Gozzi

Le bollicine illuminano il rosa intenso di questo metodo classico che nasce da un assemblaggio di una Cuvée perpetua di diverse annate di Chardonnay con una piccola percentuale di Pinot nero vinificato in rosso. Elegante e seducente.

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