Produrre vino è qualcosa che l’uomo ha fatto fin dalla notte dei tempi. Addirittura la Bibbia narra che Noè, una volta approdato sul Monte Ararat con la sua arca, piantò un vigneto, come simbolo di rinascita e civiltà.
Svariati millenni dopo, seppur con modalità e gusti differenti, continuiamo a godere del nettare di Bacco, che purtroppo si trova in un momento storico tutt’altro che favorevole, a causa di diversi fattori.
Da qualche anno, ormai, c’è un problema comune a quasi tutte le vigne del mondo: il cambiamento climatico, che porta con sé diverse conseguenze indesiderate, fra le quali un aumento della concentrazione degli zuccheri nelle uve. Come sappiamo, ciò causa una riduzione dell’acidità, motivo per cui in alcune zone e per certe tipologie di vinificazione (per esempio la spumantizzazione), si è costretti a ricorrere a vendemmie sempre più anticipate, con tutti i rischi correlati (ricordiamo che maturazione fenolica e tecnologica degli acini non sempre coincidono).
Inoltre, un elevato tasso zuccherino nelle uve, spesso comporta un incremento del titolo alcolometrico volumico del vino, cosa che, soprattutto ultimamente, non è molto apprezzata dai consumatori.
Un bel problema, ancor più se si considera che è associato alle grandinate, sempre più violente e alle gelate primaverili, che non sono una novità, ma complicano ulteriormente la situazione.
L’aiuto della tecnologia
In un quadro così complesso, l’ingegno umano ha pensato a diverse soluzioni per ridurre l’impatto del cambiamento climatico sui vigneti. Una di queste è in fase di sperimentazione presso l’Università di Geisenheim, in Germania, che ha deciso di trasformare alcuni filari di viti del Rheingau in un laboratorio a cielo aperto. Lo scopo dell’iniziativa è in primo luogo la preservazione della caratteristica principale del vitigno tedesco più importante, il Riesling, ovvero la sua vibrante acidità.
È nato, dunque, il progetto “VitiVoltaic”, che, come suggerisce il nome, coinvolge le viti e il fotovoltaico: nei vigneti sono stati installati dei particolari pannelli fotovoltaici semitrasparenti, che fungono da vero e proprio scudo. Prima di tutto proteggono le piante (ancor più le uve) dai chicchi di grandine e dalle piogge torrenziali, inoltre filtrano i raggi solari, riducendone la quantità e l’intensità sugli acini.

Quest’ultimo aspetto in particolare ha un ulteriore vantaggio, tutt’altro che irrilevante: l’impianto, infatti, sfrutta le radiazioni solari per produrre energia elettrica, impiegata anche per alimentare i cavi riscaldanti che proteggono le gemme dalle gelate primaverili e per ricaricare i trattori elettrici.
Una combinazione estremamente vantaggiosa, dunque, che consente di ricavare da un solo vigneto sia vino che elettricità e, se il primo può essere soggetto a mode e richieste del mercato, la seconda di certo non conosce crisi.
“Watt Wine”
Nella vigna sperimentale di Geisenheim nulla è lasciato al caso: infatti, sono presenti numerosi sensori fra i filari di viti, che monitorano costantemente l’umidità e la temperatura, fornendo dati utili e soprattutto permettendo di intervenire in caso di parametri non ottimali per le uve.
A questo punto la domanda sorge spontanea: tutto molto interessante, ma il vino com’è?
Dopo alcune vendemmie, i ricercatori hanno imbottigliato le prime annate di quello che è stato ribattezzato “Watt Wine” e il risultato è sorprendente: grazie all’ombreggiamento controllato, il Riesling prodotto è tornato a essere “leggero” e dotato della spiccata acidità, che lo ha sempre contraddistinto prima che le estati diventassero torride.

Utilità pratiche e limiti
Il vigneto di Geisenheim è un progetto sperimentale dai costi molto elevati, che di certo pochissimi produttori potrebbero permettersi. Eppure, c’è chi sta pensando ai risvolti positivi che una tecnologia di questo tipo potrebbe portare in zone impervie, dove le viti vengono abbandonate per la difficoltà di lavorazione, a causa di terreni particolarmente ripidi.
In particolare, Christoph Vollmer, ingegnere e vignaiolo, sta cercando il modo di replicare tale tipologia di impianto su terreni con pendenze del 30% e oltre, attraverso l’installazione di pannelli speciali, sospesi grazie a cavi di acciaio. Così facendo si renderebbe economicamente più sostenibile la viticoltura in quei luoghi, contrastando la tendenza sempre crescente all’abbandono dei vigneti.
Di certo i costi iniziali sarebbero importanti, ma con un doppio ricavo da un’unica vigna, potrebbero essere ammortizzati in tempi relativamente brevi, grazie anche ai possibili incentivi statali.
E in Italia?
Una soluzione di questo tipo, soprattutto nelle aree particolarmente impervie, sarebbe utile anche da noi. Pensiamo per esempio ad alcune zone della Liguria, della Valle d’Aosta o della Valtellina. Il limite, che al momento sembra invalicabile per il Bel Paese, è l’impatto paesaggistico conseguente a una tipologia di impianto del genere.
Tuttavia, qualche grande realtà italiana si sta muovendo verso tale direzione, in particolare in Emilia-Romagna e in Puglia. Magari -chissà- fra qualche anno anche l’Italia avrà un vino nato sotto un cielo di cristallo, anziché stellato.