Parla come bevi! Apprezzare il vino, sopravvivendo al gergo enologico.

C’è un istante preciso, nella vita di ogni bevitore – consapevole o aspirante tale – in cui il vino smette di essere semplicemente “buono” e diventa improvvisamente “un’esplosione di frutti rossi maturi con note balsamiche, chiusura sapida e tannino vellutato”.

È il punto di non ritorno.

Da quel momento il vino non sa più semplicemente di qualcosa. Ha sempre una “nota di”. Non sa di ciliegia: ha note di marasca. Non sa di pepe: ha sentori di pepe bianco. E per chi ama strafare ecco gli sbuffi di cuoio, gli effluvi di sottobosco, gli intarsi di grafite e per stupire ta-dah: le nuance di goudron (che soltanto a nominarlo si ha un picco di autostima).

Pensando a sommelier e degustazioni la scena è ben nota: bicchiere alla mano, sguardo concentrato, roteazione più o meno controllata (con rischio centrifuga). Il religioso silenzio è interrotto improvvisamente:

Al naso è complesso.

Perfetto. Non so cosa significhi, ma suona ineccepibile.

In bocca è coerente.

Con cosa? Con chi? Forse si capirà in seguito, come in certe serie TV.

Il linguaggio del vino è una lingua iniziatica, elitaria: chi la capisce è dentro, chi non la capisce è escluso. E nessuno vuole restare fuori. Ecco allora che la platea annuisce. Il rischio è dell’effetto “imperatore nudo”: nessuno osa dire che non sente davvero quella “evidente nota di viola coperta dalla rugiada in una fresca mattina di settembre”, per paura di sembrare incompetente, o peggio, sciocco. Così si crea un circolo vizioso in cui tutti fingono di capire, e nessuno osa chiedere.

Attenzione: non tutto è da denigrare. Il linguaggio del vino ha l’arduo compito di dovere descrivere percezioni estremamente soggettive. Quando funziona è anche uno straordinario esercizio di immaginazione. È un modo per raccontare un’esperienza sensoriale complessa, per evocare ricordi, per dare forma a qualcosa di natura sfuggente. Il problema nasce quando la poesia diventa grottesco manierismo. Si narra che qualcuno sia arrivato ad evocare sentori di “maniglia di treno sudata”.

Il linguaggio tecnico ha la sua utilità, certo. Serve a chi studia, a chi lavora nel settore, a chi vuole approfondire. Ma dovrebbe incuriosire, non escludere.

Il linguaggio complicato e spesso autoreferenziale utilizzato nel mondo dell’enologia è riconosciuto come uno dei principali fattori che allontanano dal vino. Oltre il 50% dei giovani considera la comunicazione del vino snob, antiquata, poco inclusiva se non addirittura respingente. Il vino viene percepito come una qualcosa che appartiene perdiritto ad una “setta” per esperti, un insieme di regole e cerimonie – ritenute un po’ antiquate peraltro – a cui bisogna essere iniziati.

E se si provasse a riportare il vino ad una dimensione più semplice, più quotidiana, meno intimidatoria? Alla fine, il vino è una bevanda. Straordinaria, certo. Ricca di storia, cultura, territorio, ma sempre una bevanda. Non dovrebbe farci sentire inadeguati, né costringerci a parlare una lingua che non ci appartiene.

Immaginiamo un povero neofita che entra in enoteca. Guarda le bottiglie, legge le etichette. Poi inevitabilmente chiede consiglio.

Cerco un vino per stasera.

Risposta: “Questo ha un bel tannino presente, ma non invadente, buona struttura e acidità vibrante.

Il poveretto annuisce, compra la bottiglia, torna a casa sperando di aver speso bene i suoi soldi. Ma dentro di sé resta una domanda: Possibile che per bere un bicchiere di vino serva un glossario?

Degustare vino dovrebbe essere piacere, non performance. Quindi la prossima volta che vi troverete davanti a un bicchiere, pensate che è perfettamente legittimo anche dire semplicemente “Non mi piace!”o “È buono”. E se qualcuno vi guarda storto perché non avete citato il sottobosco… offritegli un altro bicchiere. Magari si rilassa.

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