Piccola metafisica del calendario biodinamico: l’almanacco agricolo e altre forme di enologia pagana.

La prossima volta che vi troverete a decidere se sia davvero la serata giusta per aprire la bottiglia che custodite da anni, dopo aver valutato con attenzione la compagnia e il contesto, consultate anche il calendario per scoprire se sia un giorno frutto, fiore, foglia o radici. E se in una stessa frase si cita il cosmo, l’agricoltura contadina e l’antroposofia, ovviamente si sta parlando di biodinamica.

Sentir dire che il vino “si apre meglio con la luna calante del primo martedì dispari” può sembrare una frase da astrologia enoica, generata da un abuso di rifermentati senza solfiti aggiunti. Eppure la questione è meno stravagante di quanto sembri. L’antropologia spiega come tutte le società agricole abbiano elaborato dei sistemi per interpretare i cicli naturali: si seminava “con la luna giusta”, si tagliava il legno in certi periodi, si travasava il vino evitando alcune fasi lunari considerate sfavorevoli. Non si trattava soltanto di superstizione ingenua, ma di veri dispositivi culturali che tenevano a bada l’incertezza. Quando il raccolto determinava la sopravvivenza, ogni segnale della natura era significativo.

Il vino, essendo uno dei prodotti agricoli più culturalmente radicati in Occidente, ha assorbito inevitabilmente anche questa ritualità. Molto prima di Rudolf Steiner e dei moderni degustatori biodinamici con il calendario cosmico sull’iPhone, esisteva già un sapere popolare fatto di osservazioni empiriche, superstizione e tradizione orale. L’acqua di San Giovanni, da questo punto di vista, è forse uno degli esempi più affascinanti. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, quella del solstizio estivo cristianizzato dalla festa di San Giovanni Battista, in molte zone d’Italia si usa ancora raccogliere erbe e fiori spontanei per lasciarli macerare all’aperto. La mattina successiva ci si lava il viso e le mani con quell’acqua “dinamizzata”, simbolicamente carica di proprietà benefiche, protettive e purificatrici. Questo gesto oggi sopravvive soprattutto come folklore, ma in realtà porta con sé l’idea che esistano momenti speciali in cui la natura è più potente, più attiva. Non è molto diverso, in fondo, da pensare che uno Chenin abbia più slancio aromatico in giorno fiore.

Maria Thun

Maria Thun è la figura tradizionalmente associata al calendario biodinamico. Ha trascorso la sua vita cercando di trovare una correlazione tra i corpi celesti e la natura. Nei suoi libri parla di come la Luna, attraversando diverse costellazioni, stimoli le singole parti della pianta: le radici, le foglie, i fiori o i frutti. Ecco perché ogni giorno avrebbe una qualità energetica diversa, capace di influenzare non solo le operazioni di semina, raccolto, trapianto e taglio, ma anche il modo in cui il vino si esprime nel bicchiere.

Nei giorni frutto, il vino sarebbe più “aperto”, generoso, centrato sul frutto.

Nei giorni fiore, si esprimerebbe al massimo della finezza aromatica, con profumi più nitidi, grazia e precisione.

Nei giorni foglia il vino diventerebbe un po’ spento, contratto, come se avesse deciso di non parlare con nessuno. Un po’ come quando alla domanda “Cosa hai?” una donna risponde “Niente!”.

Nei giorni radici, infine, emergerebbero struttura, tannino, componenti più “terrose”, ma anche una certa austerità aromatica.

I più integralisti prima di travasare o imbottigliare controllano quindi le fasi lunari; i più militanti stabiliscono persino quando organizzare le degustazioni stampa: perché, evidentemente, nullarovina il lancio di un Pinot Noir quanto una luna storta. Poi però c’è una vasta zona grigia fatta di curiosità, autosuggestione, ritualità e la voglia di trovare ordine nel caos sensoriale del bicchiere. Perché il punto è questo: il vino è una delle poche bevande – forse l’unica – che vive dichiaratamente di instabilità: cambia con il tempo, con l’aria, con il bicchiere, con la temperatura. Ha quella stessa mutevolezza che è anche tipica del genere umano, per cui lo stato mentale e il mood influenzano la degustazione. È quindi quasi inevitabile che si sviluppino dei sistemi che cercano di dare anche solo l’illusione di ordine. Il calendario biodinamico risponde a questa esigenza e offre una giustificazione, anche se effimera. Laddove la soggettività è inevitabile, questi schemi culturali diventano strumenti narrativi che aiutano a parlare del vino, a confrontarsi e a costruire esperienze condivise.

Ecco perché anche quando la spiegazione appare fragile sul piano scientifico, gli effetti che genera possono essere reali. Se un degustatore si aspetta un vino più chiuso in un giorno radice, è molto probabile che lo percepisca davvero così. Non per magia lunare, ma per il vecchio trucco dell’effetto placebo. Anche perché il vino ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la razionalità. È contemporaneamente chimica e mito, microbiologia e racconto. Nessun appassionato si emoziona davvero sentendo parlare di esteri o polifenoli; è invece molto più suggestivo evocare energie cosmiche, chiusure o giorni favorevoli. In questo senso i giorni frutto, fiore, foglia e radice funzionano come funziona l’acqua di San Giovanni: non spiegano scientificamente un fenomeno, ma costruiscono un rito condiviso attorno ad una esperienza umana.

Queste pratiche resistono nelle società iper-tecnologiche, anche quando è un’app biodinamica ad avvisare che il Pinot Nero sarà introverso fino alle 18:47. Anzi, forse proprio perché viviamo in un mondo dominato da dati, algoritmi e standardizzazione, il richiamo verso rituali legati ai cicli naturali diventa ancora più seducente. Il vino naturale, la biodinamica, i calendari lunari, le fermentazioni spontanee non parlano soltanto di agricoltura, ma solleticano quel desiderio di riavvicinarsi a forme di sapere percepite come più autentiche, più lente, più “umane”, appagando il bisogno contemporaneo di sentirsi spirituali, senza l’incomodo della religione.

Così l’enofilo urbano che ignora le stagioni, ordina cibo ultraprocessato sulle app e non saprebbe distinguere un pioppo da un sambuco, improvvisamente scopre la cosmologia rurale e, davanti a un calice particolarmente chiuso, non dice più “Questo vino non mi emoziona”, ma molto più elegantemente commenta sospirando: “Eh, oggi è giorno foglia”.

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