Perfetti sconosciuti: il Maury di Mas Amiel

Berreste mai un vino dall’aspetto un po’ torbido e marroncino che è stato lasciato un anno intero all’aperto, sotto il sole e per di più in una damigiana scorticata? Mai giudicare dalle apparenze. Ecco la storia del Maury, mirabile monstrum dell’enologia.

Quando comincia un corso, ogni aspirante sommelier deve giurare solennemente che proteggerà e rispetterà ogni singola bottiglia, proteggendola dagli sbalzi di temperatura, dalle fonti di calore, dalla luce, dall’umidità, dalle vibrazioni, dagli acari, dalle scie chimiche, dalle eventuali contaminazioni aliene e via dicendo. I più diligenti avvolgeranno le etichette più preziose con il cellophane, retaggio della zia che incartava il divano, e gestiranno gli attacchi di panico acquistando la famigerata cantinetta per custodire l’amata collezione con la stessa perizia del Cern di Ginevra. Quando però l’ignaro enofilo si imbatterà in una bottiglia di Maury, ogni sua certezza crollerà.

Il Maury è un vin doux naturel – VND – sconosciuto a molti, con caratteristiche affini al più noto Banyuls. Attraversando nel Sud-Ovest della Francia i vigneti del Roussillon, regione a ridosso delle cime dei Pirenei, in cui i tratti francesi si mescolano a quelli catalani, può capitare di imbattersi in distese di bonbonnes; si trovano ordinatamente allineate, esposte ai raggi del sole e agli sbalzi termici, nei pressi di Mas Amiel, il Domaine più famoso nella zona di Maury, piccolo village da cui prende il nome la valle. La storia di questa azienda comincia nel 1816 per caso, quando il vescovo di Perpignan scommette e perde al tavolo da gioco una delle sue terre con l’ingegnere Raymond Etienne Amiel. La tenuta oggi, dal 1999 di proprietà di Olivier Decelle, è costituita da 170 ettari vitati divisi in 130 parcelle.

Dagli alberelli coltivati in biodinamica, provengono le uve con cui producono i suoi vini dolci naturali, oltre ai Maury secchi che dal 2011 fanno parte della AOC Maury Sec.

Vengono coltivate uve di Carignan, Grenache Blanc e soprattutto Grenache Noir, che ben si adatta a queste zone pedemontane. Per ottenere questi vini “dolci ossidati” si parte dalla fermentazione in vasche di cemento e inox con macerazione lunga; poi il mosto, con una concentrazione zuccherina minima di 252 g/l, viene mutato, cioè come avviene nella produzione del Porto, la fermentazione viene bloccata aggiungendo dell’alcol (mutage), così da mantenere un residuo dello zucchero naturalmente contenuto nell’uva, da cui il nome vin doux naturel. Lo step successivo per la tipologia Vintage è il passaggio nelle caratteristiche bonbonnes, damigiane di vetro da 60 litri, tenute per 12 mesi all’aperto. Questa tecnica ancestrale di vinificazione esaspera l’evoluzione ossidativa del vino sfruttando le violenti escursioni termiche tra il giorno e la notte e l’effetto dei raggi solari. Segue un lungo affinamento in bottiglia per 20, 30, 40 anni e oltre.

La principale differenza produttiva con l’altro vin doux naturel della regione, il Banyuls, sta nel fatto che in questo secondo caso il vino viene posto a maturare in vecchie botti di legno scolme, aperte per accentuare i processi ossidativi.

La magia continua quando, a molti anni di distanza, viene servito un calice di Maury Vintage, magari direttamente dalla bonbonne di 10 litri, da cui si preleva il vino con un scenografico alzavino. Al gusto è caratterizzato da una grintosa componente dolce di frutta matura, accompagnata da tensione data dalla freschezza acida dovuta alla vinificazione. L’elegante equilibrio del sorso ricco e avvolgente si abbina a formaggi erborinati o dolci al cioccolato, ma i suoi morbidi tannini consentono anche abbinamenti insoliti come un foie gras.

La prossima volta che vi offriranno un calice dall’aspetto poco invitante assaggiatelo con gusto, potrebbe essere un Maury Vintage di Mas Amiel 1969… o più probabilmente l’esperimento del vostro amico che si improvvisa enologo e si cimenta in produzioni ossidative di un vin de garage!

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